KICK NO LIMITS

martedì 24 marzo 2026

GIOCA GOAL Ritorno di fiamma

 


Ci sono passioni che non chiedono il permesso di tornare. Arrivano e basta. Come un profumo dimenticato, come una voce lontana che all’improvviso riconosci. Per noi, ha il nome semplice e potentissimo di Gioca Goal.

Siamo a metà degli anni ’70. Verona, quartiere Stadio. Le giornate scorrono lente, piene di luce, e noi siamo bambini con le ginocchia sbucciate e un solo pensiero fisso: giocare. Non serviva molto, in fondo. Bastava una scatola colorata, aperta con cura quasi rituale, e dentro… un mondo intero.

Un mondo fatto di una base in cartone lunga circa 70 cm — ma attenzione: in ogni confezione c’era solo metà campo. Bisognava arrangiarsi, condividere, immaginare. Le porte erano lì, pronte. I calciatori, alti appena 25 mm, con quella base tonda in plastica che diventava il prolungamento delle nostre dita. E poi la pallina — o meglio, le palline: quella normale e quella “mezza”, piatta da un lato, che scivolava meglio e diventava presto l’unica davvero giocabile.


Intorno, a completare il piccolo teatro: arbitro e guardalinee, la panchina con l’allenatore, il segnapunti. Un microcosmo perfetto, imperfetto. Fragile, persino — il campo si consumava facilmente — ma incredibilmente vivo.

Le squadre si riconoscevano dai colori: base e giocatori combinati per richiamare le vere divise. E per chi voleva sognare ancora più in grande, c’erano gli smalti da modellismo: ore passate a dipingere dettagli, a rendere quei piccoli omini sempre più simili agli eroi della domenica.


Gioca Goal non aveva regole rigide. Non era come altri giochi più “seri”. Era libero. Caotico. Nostro. Il campo era spesso troppo piccolo per tutti quei giocatori, ma non importava: si inventava, si adattava, si rideva. Era calcio nella sua forma più pura: immaginazione prima ancora che tecnica.

E mentre il mondo là fuori viveva i Mondiali — Germania ’74, Argentina ’78 — anche noi avevamo le nostre finali epiche, i nostri campioni. Alcune versioni del gioco lo riflettevano: la confezione di Argentina ’78, per esempio, portava con sé le nazionali di Italia e Argentina, accendendo sogni ancora più grandi.


Col tempo arrivarono varianti: il Doppio Giocagol, con campo completo e due squadre; il Supergiocagoal, versione “lusso” uscita già alla fine del 1974, con un campo in plastica flessibile lungo quasi un metro e tutto l’occorrente per partite memorabili. E poi, finalmente, le confezioni con le singole squadre, nate intorno al 1978 grazie alle richieste di noi piccoli appassionati che volevamo espandere il nostro universo.

Ma la verità è che nessuna versione, per quanto completa, poteva superare ciò che costruivamo noi: pomeriggi infiniti, tornei improvvisati, amicizie cementate a colpi di dita.

Poi, come sempre, il tempo cambia le regole del gioco. Si cresce. Le scatole finiscono in soffitta. Il Gioca Goal esce di produzione intorno al 1980, e lentamente scompare anche dai negozi. Rimane solo nei ricordi… o almeno così sembra.

Perché certe cose non finiscono davvero.


Oggi, quando quel nome riemerge — magari in una ristampa, magari in un mercatino, magari solo in una conversazione — succede qualcosa. Un ritorno di fiamma. Ma non è semplice nostalgia. È una riattivazione emotiva, profonda. È il contatto con una parte autentica di noi.

Rimontare quel campo oggi — anche sapendo che è piccolo, imperfetto, fragile — è un gesto quasi simbolico. Non stiamo solo giocando. Stiamo ricordando. Stiamo ricucendo un filo.

Perché Gioca Goal non era solo un gioco. Era un modo di stare insieme. Un modo di sognare. Un modo di essere bambini senza saperlo.

E forse è proprio per questo che, ancora oggi, basta sfiorare quella pallina — magari proprio quella mezza, consumata — per sentire che, da qualche parte, quella partita non è mai finita.




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