Ci sono passioni che non chiedono il permesso di tornare. Arrivano e basta. Come un profumo dimenticato, come una voce lontana che all’improvviso riconosci. Per noi, ha il nome semplice e potentissimo di Gioca Goal.
Siamo a metà degli anni ’70. Verona, quartiere Stadio. Le giornate scorrono lente, piene di luce, e noi siamo bambini con le ginocchia sbucciate e un solo pensiero fisso: giocare. Non serviva molto, in fondo. Bastava una scatola colorata, aperta con cura quasi rituale, e dentro… un mondo intero.
Un mondo fatto di una base in cartone lunga circa 70 cm — ma attenzione: in ogni confezione c’era solo metà campo. Bisognava arrangiarsi, condividere, immaginare. Le porte erano lì, pronte. I calciatori, alti appena 25 mm, con quella base tonda in plastica che diventava il prolungamento delle nostre dita. E poi la pallina — o meglio, le palline: quella normale e quella “mezza”, piatta da un lato, che scivolava meglio e diventava presto l’unica davvero giocabile.
